Marc Camille Chaimowicz · 4 min di lettura
Scarpe senza le loro paia
Shoe Waste? riunisce scarpe usate dipinte d’argento. La perdita delle paia trasforma un oggetto legato al corpo in una presenza collettiva sul pavimento.
Pubblicato il 3 ottobre 2026
Una scarpa richiama abitualmente la sua compagna e il piede che la utilizza. In Shoe Waste? Marc Camille Chaimowicz rompe queste associazioni. La guida del Migros Museum descrive numerose scarpe usate, dipinte d’argento e disposte sul pavimento. Le paia sono separate. L’oggetto resta riconoscibile, ma l’organizzazione che permetteva di indossarlo non è più il principio dell’insieme. Incontriamo scarpe che non accompagnano alcuno spostamento umano immediato. Lo sguardo prende il posto del corpo a cui sembravano naturalmente destinate.
Il documento dà all’opera una datazione multipla, 1971/2005/2006. Menziona anche una selezione di fotografie d’interventi sul Tamigi nel 1971, presentata in questo contesto. Questi riferimenti non ci autorizzano a inventare l’origine di ogni scarpa né l’identità del suo proprietario. Indicano un progetto che ritorna accompagnato da tracce di un’attività precedente. L’installazione non si presenta soltanto come un’accumulazione senza storia. È legata attraverso documenti a un periodo e a gesti di cui il visitatore può incontrare indizi.
Il colore argentato agisce come un accostamento tra oggetti diversi. Non li rende identici nelle forme, ma dà loro un aspetto comune. Questo gesto trasforma l’attenzione. Possiamo dapprima vedere una distesa o un gruppo, poi notare le differenze di profili, volumi e usura. La pittura produce un’unità visiva che rimane attraversata da singolarità materiali. Ciò che ha servito usi individuali diventa un insieme. L’unità non cancella necessariamente la diversità; le propone un contesto di confronto.
La perdita delle paia ha un effetto più profondo del semplice mescolamento di un ordinamento. Un paio permette un uso e un’identificazione rapida: due elementi vengono riconosciuti come appartenenti insieme. Disfare questa relazione obbliga a cercare un altro ordine. Il visitatore può contare, accostare mentalmente, guardare ripetizioni o constatare scarti. Nessuno di questi gesti restituisce alle scarpe la funzione immediata. L’opera mantiene una sospensione. Il nome Shoe Waste? aggiunge una domanda a questa sospensione senza darci una risposta definitiva su ciò che sarebbe rifiuto, resto o materiale.
L’usura conserva una prossimità con corpi assenti. Sarebbe facile raccontare per ogni oggetto un destino commovente. Non disponiamo di queste vite e inventarle farebbe perdere la precisione del dispositivo. L’interesse risiede proprio in una presenza senza proprietario identificato. I segni d’uso indicano che l’oggetto non è un puro volume nuovo; non raccontano da soli un evento. Possiamo riconoscere il passaggio dall’uso allo sguardo senza trasformare una traccia materiale in prova di una storia che vorremmo trovarvi.
Il pavimento diventa qui una superficie di presentazione essenziale. Una scarpa è fatta per incontrare il suolo, ma l’installazione modifica questo incontro. Gli oggetti restano al livello dei nostri passi chiedendo al tempo stesso un’attenzione che può rallentarci. Il museo non dà loro necessariamente il prestigio di un piedistallo individuale. La loro accumulazione produce un altro modo di presenza. Lo sguardo deve percorrere, distinguere e tornare, come farebbe davanti a un motivo i cui elementi hanno uno spessore. L’oggetto quotidiano diventa l’unità di un insieme spaziale.
Shoe Waste? lascia così le scarpe tra diversi stati. Appartengono al mondo dell’uso, portano differenze e ricevono un colore che le riunisce. Vengono riconosciute e poi rese meno disponibili alla funzione che la loro forma annunciava. Chaimowicz non ha bisogno di trasformarle in sagome umane per evocare il corpo. La loro assenza di piedi basta ad aprire questa relazione. Il punto interrogativo ci accompagna fino alla fine: che cosa rimane quando un oggetto smette di servire come previsto? Sul pavimento forme familiari rendono visibile questa domanda, una scarpa dopo l’altra.



