Mario Comensoli
Con Mario Comensoli (1922–1993), la pittura diventa un luogo d’incontro con coloro che la società vede troppo poco. Operai immigrati, giovani ballerini e punk occupano il primo piano. I loro corpi, i loro abiti e i loro gesti raccontano una Svizzera attraversata dal lavoro, da nuove aspirazioni e da tensioni sociali.
Nato a Lugano, Comensoli si stabilì a Zurigo nel 1944. Una borsa di studio della Fondazione Torricelli gli permise di seguire una formazione artistica in quella città. I suoi soggiorni parigini dopo la guerra lo avvicinarono in particolare alle ricerche di Picasso e di Fernand Léger.
Negli anni Cinquanta, i suoi «lavoratori in blu» conferiscono una presenza pittorica agli immigrati impiegati nei lavori più faticosi. In seguito, il suo sguardo si rivolge al comfort borghese, ai movimenti giovanili e alla cultura popolare. Dopo il 1968, colori intensi e una prossimità al manifesto e alla pop art rinnovano il suo linguaggio.
I cicli dedicati al cinema e alle discoteche prolungano questa attenzione per gli spazi collettivi. Negli anni Ottanta, i punk compaiono nella sua opera. I suoi ultimi dipinti affrontano poi la fragilità dei giovani confrontati con la droga nei quartieri zurighesi.
Il Kunsthaus Zürich gli dedica una mostra nel 1989. Dopo la sua morte, Hélène Comensoli cataloga la sua opera e prevede la creazione della fondazione che oggi porta i loro due nomi, incaricata di preservare questa eredità e di farla conoscere.
Per scoprire i suoi dipinti, si può iniziare osservando gli atteggiamenti: chi guarda, chi balla, chi lavora, chi rimane in disparte? Si possono poi seguire le relazioni tra le figure e il loro ambiente. Questa lettura attenta rivela una pittura in cui l’esperienza individuale e la storia collettiva si incontrano senza confondersi.
