Ferdinand Hodler · 5 min di lettura
Cinque camminatori, un movimento che nulla affretta
Con Euritmia, Hodler fa di un avanzare umano una composizione di grande lentezza. Compiuta nel 1895 e acquistata a Berna nel 1901, l’opera chiede di seguire le differenze al centro di un gruppo.
Pubblicato il 3 ottobre 2026
Cinque uomini avanzano nella stessa direzione. La loro presenza potrebbe annunciare una processione di cui basterebbe ritrovare la cerimonia, ma Euritmia non ci fornisce questo racconto familiare. Ferdinand Hodler dà al gruppo un movimento lento, abiti largamente affini e una disposizione che invita a confrontare i corpi. Il visitatore guarda un cammino e, quasi subito, una costruzione. La domanda non riguarda più soltanto una destinazione: diventa quella del legame fra figure che condividono una direzione senza smettere di essere distinte.
L’opera è datata 1895 nei documenti del Kunstmuseum Bern. Il museo la acquista nel 1901 con altri tre grandi dipinti di Hodler: Il giorno, La notte e Le anime deluse. Questo ingresso collettivo costituisce un momento importante per la presenza pubblica del suo lavoro. Non significa che i quattro dipinti raccontino lo stesso episodio. La loro vicinanza permette al contrario di misurare differenze fra sonno, attesa, movimento ed esperienza comune. Euritmia possiede il proprio tempo, quello di un avanzare di cui la pittura mantiene il dispiegamento davanti a noi.
Il numero delle figure rende possibili i confronti. Possiamo partire da quella che sembra più vicina, seguire una postura, poi cercarne la variazione nel personaggio successivo. Un’inclinazione non si ripete esattamente; un intervallo cambia; la continuità si costruisce con differenze. Questa organizzazione dà al dipinto una forza che l’identificazione degli individui non basterebbe a spiegare. Hodler non elimina la persona a vantaggio del gruppo. Rende visibile il modo in cui una comunità può esistere attraverso la relazione fra presenze che conservano ciascuna il proprio peso.
Il cammino si distingue anche da una corsa. Lo sguardo può indugiare senza avere la sensazione che la scena gli sfugga. I gesti sembrano estesi in una durata che non possiamo misurare, perché la tela mostra una sola configurazione. Il titolo, che evoca un ritmo armonioso, offre un punto di partenza a questa lettura. Non impone di sentire una musica particolare. La pittura ci dà riprese, distanze e una progressione; la nostra attenzione presta loro una cadenza percorrendo i corpi, poi tornando verso l’insieme.
Il contesto simbolista permette di comprendere che l’opera supera la rappresentazione di una passeggiata ordinaria. Il Musée d’Orsay la associa alla riflessione di Hodler sul destino umano e sulla morte. Questa portata non esige che ogni figura diventi l’emblema fisso di un sentimento. I corpi conservano uno spessore, atteggiamenti e una relazione con il terreno. Se l’idea ci tocca, è anche perché non abbandona mai completamente questa esperienza concreta: camminare con altri, condividere una direzione e sentire che il passare del tempo non si lascia fermare dalla sola nostra volontà.
Il visitatore può sentire una gravità davanti a questi uomini, ma non deve trasformarne l’aspetto in biografie ricostruite. Il dipinto non ci autorizza a raccontare che cosa ciascuno avrebbe perduto o sperato. Ciò che stabilisce con precisione è una presenza organizzata. Volti e posture partecipano a questa organizzazione; non costituiscono gli archivi di una conversazione assente. Conservare questa distinzione permette di incontrare la portata umana del dipinto senza rinchiuderla in una storia particolare che sostituirebbe le forme invece di illuminarle.
L’ingresso al museo nel 1901 dà una seconda temporalità all’opera. Il cammino dipinto rimane immobile, mentre il suo ambiente istituzionale cambia: presentazioni, accostamenti, ricerche e sguardi successivi le offrono nuovi vicini. A ogni allestimento, il visitatore può accoglierla diversamente. Questa storia pubblica non diminuisce la coerenza della composizione; rende visibile la sua capacità di sostenere incontri diversi. Un’opera che sembra parlare di durata possiede essa stessa una durata materiale e culturale, fatta di cure, spostamenti e ritorni allo sguardo.
Quando ci si allontana, i cinque uomini possono raccogliersi nella memoria in una sola direzione. Un nuovo sguardo rivela però ciò che questa prima sintesi aveva lasciato da parte: le variazioni di postura, gli intervalli e le relazioni fra gli abiti. Euritmia tiene insieme questi due livelli. Il gruppo possiede una forte unità, ma questa unità rimane fatta di persone e differenze. Hodler ci invita così a guardare un movimento comune senza renderlo uniforme. La lentezza apparente diventa il tempo necessario per riconoscere tutto ciò che, in un cammino condiviso, rimane singolare.


