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Albert Anker · 5 min di lettura

La raccoglitrice di fragole il cui titolo è cambiato

Dipinta nel 1884 con Rosa Zesiger come modella, Mariette con le fragole riceve un nome che evoca Gotthelf. La distinzione fra ritratto, scena di villaggio e ricordo letterario rende questo dipinto di Anker più preciso e più affettuoso.

Pubblicato il 3 ottobre 2026

Una bambina sta davanti a un paesaggio, con fragole che rendono la scena immediatamente riconoscibile. Mariette con le fragole sembra offrire un incontro semplice: una bambina, un raccolto e un ambiente rurale. Albert Anker organizza però diversi tempi in questa presenza. C’è quello della modella che posa, quello di una scena che vorrebbe apparire colta dal vivo e quello di un titolo diventato familiare dopo il dipinto. Distinguerli non toglie nulla alla dolcezza dell’immagine. Permette di ritrovare un oggetto preciso dietro un nome che si potrebbe credere trasparente.

La tela risale al 1884. Secondo il Musée cantonal des Beaux-Arts di Losanna, Anker la designa nel suo Libro delle vendite come una bambina con fragole. Il nome Mariette rinvia in seguito al titolo di un racconto di Jeremias Gotthelf pubblicato nel 1852. Il museo precisa che le illustrazioni realizzate da Anker per questo testo non si avvicinano al dipinto. Sarebbe dunque ingannevole raccontare l’immagine come un’illustrazione diretta di un episodio letterario identificato. Il nome ha contribuito alla sua ricezione, ma non sostituisce la storia della sua realizzazione.

La modella è Rosa Zesiger, una bambina del villaggio di Anker di dieci anni. Questa identità costituisce un riferimento documentario; non ci dà accesso a tutti i pensieri della bambina durante le sedute. Il suo volto può sembrare sognante o distante, ma un’espressione dipinta non basta a ricostruire uno stato interiore. Il visitatore può conservare la vicinanza del nome e osservare le scelte di posa. Il ritratto rimane un incontro costruito dall’artista, capace di dare l’impressione di un momento vissuto senza esserne una registrazione.

Il colore rosso offre un percorso discreto. Attira verso le fragole, poi può riportare l’attenzione al fazzoletto e al volto. Lo sguardo circola così fra l’attività evocata e la persona rappresentata. Una piccola quantità di colore organizza gran parte della presenza della modella. Il pittore non ha bisogno di moltiplicare le azioni per rendere viva la scena. Può far dialogare un frutto e un abito, dare intensità al loro accostamento e mantenere il volto in una relazione precisa con gli oggetti che lo accompagnano.

Anche gli abiti e i recipienti partecipano alla costruzione del luogo. Danno alla figura un’appartenenza materiale, quella di un mondo di tessuti, utensili e gesti quotidiani. Questi elementi possono sembrare secondari accanto al volto, ma contribuiscono alla credibilità dell’insieme. Il visitatore non incontra un’infanzia astratta collocata su uno sfondo intercambiabile. Vede materie e usi, che rendono vicina la scena ricordando al tempo stesso la distanza storica che ci separa dalla sua realizzazione e dal suo primo pubblico.

Il paesaggio apre questo incontro verso una distesa più vasta. Il museo riconosce il lago di Bienne e le alture del Giura. La sagoma della bambina e lo spazio lontano non sono accolti allo stesso modo: una si presenta con nitidezza, l’altro dà un orizzonte. Questa differenza può far sentire il lavoro di composizione. Il dipinto riunisce una presenza vicina e un ambiente che situa senza invadere. Non è necessario pensare che Anker abbia dipinto ogni elemento nello stesso luogo e nello stesso istante per sentire la coerenza della loro unione.

Il nome letterario aggiunge una storia di ricezione a questo insieme. Un pubblico può riconoscere Gotthelf, ricordarsi di una lettura e guardare la bambina attraverso quella memoria. Un altro pubblico può entrare attraverso le fragole o il paesaggio. Lo stesso dipinto sostiene questi percorsi diversi. La documentazione ci aiuta a tenerli distinti: l’associazione con un racconto è una realtà culturale, mentre la scelta della modella e l’iscrizione nel Libro delle vendite appartengono alla realizzazione. La loro coesistenza fa parte della ricchezza dell’opera, senza autorizzare a confonderle.

Il dipinto entra al museo nel 1939 grazie a una donazione di Bertha Bovon in ricordo della sorella Elisa Spühler. Una nuova memoria accompagna allora la precedente. Il visitatore può conoscerla, poi tornare semplicemente alla bambina e alle fragole. La scena conserva il suo potere di vicinanza malgrado i cambiamenti di nome e contesto. Mariette con le fragole racconta così diverse trasmissioni senza diventare diversi dipinti: una modella presta la propria presenza, una letteratura presta un titolo e un dono dà all’opera un luogo dove questa presenza può continuare a incontrare altri sguardi.

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