Schang Hutter
Nata nel 1934.
Muore nel 2021.
Nell’opera di Schang Hutter (1934–2021), la figura umana sembra riuscire a stare in piedi nonostante tutto. Nato Jean Albert Hutter a Soletta, lo scultore svizzero apprende dapprima la lavorazione della pietra nell’atelier del padre e frequenta la scuola di arti applicate di Berna. Dal 1954 al 1961 studia all’Accademia di belle arti di Monaco di Baviera.
Nella Germania del dopoguerra, l’incontro con persone mutilate segna profondamente il suo sguardo: la vulnerabilità dei corpi e la violenza che gli esseri umani infliggono gli uni agli altri diventano le questioni durevoli della sua opera.
A partire dagli anni Sessanta, Hutter elabora una presenza immediatamente riconoscibile: teste dal naso appuntito, arti esili, braccia strette contro il torso. Questi esseri sembrano al tempo stesso esposti e trattenuti, sospesi tra il desiderio di muoversi e la difficoltà di occupare lo spazio. Negli anni Settanta riduce alcune figure a un corpo quasi cilindrico e a una testa modellata sommariamente, per poi riunirle in gruppi o torri.
In seguito, le braccia si dispiegano, gli insiemi sfiorano l’astrazione, le mani cominciano a gesticolare. Il disegno, l’incisione e, più raramente, la pittura prolungano questa riflessione sul gesto e sulla condizione umana. Anche quando le sue sculture sembrano animate, talvolta quasi leggere, conservano la memoria della ferita.
L’opera pubblica Shoah condensa questo percorso con particolare gravità. Un corpo fragile è disteso nell’apertura di un cubo d’acciaio arrugginito, le cui dimensioni rimandano alla distanza tra i binari dei convogli di deportazione. Presentata davanti al Palazzo federale di Berna nel 1998, la scultura suscita una vivace controversia e in seguito viaggia in diverse città svizzere.
Hutter conferisce così una presenza visibile a ciò che talvolta si preferirebbe sottrarre allo sguardo. La sua scultura non erige un eroe: chiede al passante di riconoscere la fragilità altrui e la propria responsabilità di fronte alla storia.