Mark Tobey
Nato nel 1890.
Muore nel 1976.
Nei dipinti di Mark Tobey (1890–1976), sottili linee si incrociano, si sovrappongono e sembrano far vibrare l’intera superficie. Questa «scrittura bianca», divenuta la sua firma pittorica, apre uno spazio in cui lo sguardo circola senza seguire una scena unica. L’artista americano vi fa dialogare l’energia del mondo moderno e una ricerca spirituale.
Nato nel Wisconsin, Tobey segue i corsi dell’Art Institute of Chicago prima di lavorare come illustratore di moda a New York. Nel 1917 presenta la sua prima mostra personale. L’adesione alla fede bahá’í l’anno successivo alimenta durevolmente il suo interesse per l’unità dell’umanità e per le relazioni tra le culture.
Stabilitosi a Seattle negli anni Venti, insegna e scopre la calligrafia cinese. I suoi viaggi ampliano questa apertura: nel 1934 si reca in Cina e in Giappone, dove soggiorna tra l’altro in un monastero zen nei pressi di Kyoto. La «scrittura bianca» appare nella sua opera nel 1935.
I segni che percorrono le sue composizioni non chiedono di essere decifrati come un testo. La loro sovrapposizione costruisce ritmi, densità e spazi. La calligrafia diventa un mezzo pittorico capace di evocare tanto un’esperienza interiore quanto l’agitazione della città, dimensione che Tobey stesso sottolineava a proposito della sua pittura.
La sua opera riceve un riconoscimento internazionale, in particolare un premio alla Biennale di Venezia nel 1958. Nel 1960 si stabilisce a Basilea, dove vive fino alla morte. Nel 1962 il Museum of Modern Art di New York gli dedica una mostra personale.
Per entrare in questo universo, è meglio lasciare che lo sguardo cambi scala: seguire alcune linee, poi percepire il campo che formano insieme. Questa alternanza rivela una pittura la cui ricchezza risiede tanto negli intervalli quanto nei segni e che si rinnova nel corso di un’osservazione prolungata.
