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Giornale della galleria

Alberto Giacometti · 5 min di lettura

Il camminatore che trovò posto in un cortile

Le grandi sculture immaginate per la Chase Manhattan Bank non vi vengono installate. L’uomo che cammina prosegue la propria storia alla Fondation Maeght, dove Giacometti regola personalmente i rapporti fra i bronzi e il loro ambiente.

Pubblicato il 3 ottobre 2026

Un piede è davanti all’altro, il corpo si tende e le braccia seguono una direzione molto semplice. L’uomo che cammina di Alberto Giacometti possiede una leggibilità quasi immediata. Tuttavia, il gesto non ci dà né una destinazione né un racconto. La scultura mantiene un passaggio invece di mostrarne l’arrivo. Davanti a questo corpo esile, il visitatore può sentire una fragilità e una forza nello stesso istante. Il movimento è abbastanza chiaro da essere riconosciuto, abbastanza aperto perché il nostro stesso spostamento intorno all’opera ne rinnovi continuamente l’aspetto.

La versione del 1960 appartiene a una ricerca monumentale legata a un progetto per la piazza della Chase Manhattan Bank a New York. La Fondation Maeght documenta questa origine e il fatto che il progetto non viene realizzato nel sito previsto. Una commissione architettonica costituisce dunque una parte reale della storia, anche quando la destinazione cambia. L’opera non è nata soltanto per diventare un’immagine isolata. Doveva anche trovare posto in uno spazio pubblico, vicino ad altre sculture e a edifici la cui scala avrebbe trasformato l’incontro con il corpo.

Il passo è il primo mezzo di questa presenza. I piedi inscrivono una direzione sulla base, mentre il busto conserva una verticalità. La figura è presa fra questi due movimenti. Il visitatore può seguire il percorso supposto e constatare che la scultura non si lascia ridurre a una sagoma vista di profilo. Di fronte o di sbieco, altri rapporti diventano sensibili: spessore del torso, posizione degli arti, peso dei piedi. Il movimento rimane riconoscibile, ma la sua evidenza è fatta di relazioni che cambiano quando cambiamo noi stessi posto.

La superficie conserva un’attività che contrasta con la semplicità generale. Irregolarità catturano la luce e danno al corpo una materia difficile da riassumere con una linea esile. Da lontano, l’opera sembra quasi un segno; da vicino, rivela una densità di lavoro. Questa alternanza fa parte della sua potenza. Il visitatore non incontra soltanto un’idea di cammino, ma un oggetto la cui pelle scolpita continua ad agire. Il gesto è comune, mentre la superficie gli dà una presenza particolare che non si confonde con quella di un corpo liscio e ideale.

A Saint-Paul-de-Vence, la Fondation Maeght offre alle grandi figure un altro contesto. La testimonianza di Adrien Maeght descrive Giacometti mentre interviene nella loro installazione e ne modifica la disposizione. Il posto dell’oggetto diventa dunque esso stesso una decisione d’artista. Una scultura può conservare la propria identità cambiando relazione con una vicina, un albero o un edificio. Questo lavoro non riguarda un semplice riordino dopo la realizzazione. Partecipa al modo in cui il visitatore accoglie le distanze, le direzioni e il gruppo che le opere formano nel cortile.

La stessa testimonianza precisa che Giacometti dipinge certi bronzi per la loro presenza nella luce e nei colori del sud. Il bronzo non impone dunque un solo effetto di superficie. Il suo incontro con un ambiente può condurre a un intervento supplementare, che appartiene alla storia materiale dell’opera. Questa precisione permette di guardare la scultura oltre un’immagine celebre. La figura esile non viaggia in uno spazio neutro: riceve un’aria, colori e vicinanze che l’artista ha realmente esaminato prima di lasciarli ad altri sguardi.

L’insieme del cortile rilancia il cammino. Una figura eretta, una testa o un altro camminatore può costituire un riferimento nel nostro percorso. Il visitatore cerca relazioni e scopre che il proprio vagare non è esterno all’esperienza. Le sculture non si mettono a muoversi; il nostro spostamento fa apparire la loro organizzazione. Questo incontro dà al progetto non realizzato di New York un secondo destino concreto. Forme pensate per una piazza trovano un luogo dove le loro direzioni continuano a rispondersi, in un’architettura e una luce diverse da quelle inizialmente previste.

Al termine della visita, L’uomo che cammina sembra aver camminato anche nella propria storia: da una commissione che non trova compimento verso un cortile dove il suo autore ne regola il posto. Questo percorso non deve essere confuso con quello del personaggio, che rimane senza una destinazione nominata. Dà però alla scultura uno spessore nuovo. Giacometti ha creato una presenza capace di essere riconosciuta con un solo sguardo e abbastanza esigente da richiedere un ambiente preciso. Nel cortile Maeght, questo corpo sempre in passaggio continua a dare una misura umana al nostro movimento.

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