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Alberto Giacometti · 5 min di lettura

La gabbia del 1949 che sostiene senza chiudere lo spazio

Giacometti comincia una nuova composizione di gabbia nel 1949. La figura, la testa e la struttura aperta danno a questa scultura uno spazio in cui il visitatore può vedere i limiti senza smettere di guardarvi attraverso.

Pubblicato il 3 ottobre 2026

Le barre sono visibili, ma non chiudono la vista. Nella Gabbia di Alberto Giacometti, una struttura disegna uno spazio e lascia che l’aria vi rimanga. Il visitatore incontra presenze scolpite all’interno di una cornice, poi constata che questa cornice agisce essa stessa come una forma. La scultura non si riduce ai corpi che riunisce. Comprende anche le distanze, i limiti e i passaggi che la costruzione metallica rende percepibili. Una gabbia può così diventare qualcosa di diverso da un contenitore: il luogo preciso dove una relazione fra figura e spazio si lascia esaminare.

La Fondation Giacometti colloca l’inizio di questa composizione nel 1949, nel prolungamento di una ripresa del motivo della gabbia dopo Il naso. Le schede distinguono diverse versioni ed elementi legati alla loro realizzazione. Questa storia permette di riconoscere un problema duraturo senza fondere le opere. Il naso fa superare un limite a una testa sospesa; La gabbia distribuisce diversamente le presenze in una costruzione verticale. I due progetti appartengono a una ricerca sulla cornice e sulla figura, ma possiedono relazioni materiali abbastanza differenti da richiedere sguardi distinti.

La struttura propone riferimenti che il solo corpo non darebbe. Una barra indica un’altezza, un’altra una larghezza, e i raccordi stabiliscono un volume aperto. Il visitatore può misurare le presenze interne rispetto a queste linee. Appaiono piccole o grandi, vicine o separate, secondo la relazione che intrattengono con lo spazio disegnato intorno a loro. Giacometti non deve riempire tutto questo volume per renderlo attivo. Bastano pochi limiti perché il vuoto acquisisca una forma e diventi una parte essenziale della nostra esperienza davanti alla scultura.

La figura eretta e la presenza di una testa introducono scale che non si raccordano semplicemente. Il visitatore può cercare una relazione di ritratto, corpo o vicinanza, poi constatare che l’opera non offre una scena ordinaria. Questo scarto è una risorsa della composizione. Gli elementi rimangono identificabili resistendo alla storia che li spiegherebbe interamente. Lo spazio incorniciato non costituisce uno scenario realistico dove le figure sarebbero state collocate a posteriori. Dà una misura alle differenze e fa della loro coesistenza il soggetto stesso della nostra attenzione.

La possibilità di guardare attraverso la cornice cambia anche il nostro posto. Man mano che ci spostiamo, le barre incontrano visivamente le figure, poi se ne separano. Un intervallo può aprirsi o sembrare richiudersi senza che l’oggetto si sia mosso. La scultura produce dunque diverse configurazioni dentro una stessa stabilità materiale. Il visitatore diventa attivo con il proprio spostamento, e questa attività gli insegna a distinguere una sovrapposizione vista da un lato da una relazione realmente costruita nello spazio. La gabbia chiede di guardare intorno tanto quanto di guardare all’interno.

Il titolo può suscitare idee di reclusione, ma non fornisce un racconto carcerario con personaggi identificati. La struttura conserva un’ambiguità: limita e presenta, trattiene ed espone. Il visitatore può sentire una costrizione constatando al tempo stesso l’apertura delle pareti. Questa relazione è abbastanza forte da agire senza una scena di cattura inventata. Ci invita piuttosto a esaminare ciò che una cornice fa a una presenza. Un corpo può essere reso più visibile dal limite che sembra ridurlo, e l’aria lasciata intorno può accrescere il suo isolamento invece di eliminarlo.

Le versioni conservate e documentate mostrano che questa organizzazione ha una storia materiale. Un bronzo non è soltanto la riproduzione indifferente di un’immagine nota; possiede dimensioni, una data di fusione e una provenienza da distinguere dalla creazione del modello. La Fondazione rende consultabili questi riferimenti, permettendo di confrontare gli oggetti con maggiore precisione. Il visitatore può allora seguire una ricerca senza supporre che ogni gabbia appartenga allo stesso stato. La stabilità del motivo rende visibili le differenze invece di dispensarci dall’osservarle.

Al termine del percorso, lo spazio vuoto appare memorabile quanto le presenze scolpite. Giacometti ci ha dato limiti abbastanza netti da essere visti e abbastanza aperti da lasciare circolare lo sguardo. La gabbia conserva così una tensione che non si risolve con una semplice entrata o uscita. La figura rimane situata, il visitatore rimane mobile e la cornice continua a metterli in relazione. La storia di questa scultura racconta come poche barre possano rendere tangibile uno spazio e come questo spazio, lungi dallo scomparire fra gli oggetti, possa diventare ciò che dà loro la propria forza singolare.

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